“La bellezza non è nulla di consolante e di riposante, perché a produrla è il lavoro della madre nella generazione, il lavoro di Dio nella creazione. Io penso che all'arte, che nella sua radice “ar” custodisce il senso del “fare” e alla poesia, che rinvia al greco poiein, produrre, competa quell'accompagnare le cose nel loro farsi e nell'abbandonarle quando sono fatte. Qui è il dolore della creazione che l'artista conosce […] Tutti gli strumenti dell'arte (materia, colori) sono ricavati dalla terra e lo sguardo artistico dovrebbe riuscire a scorgere che cosa si compone quando la terra aduna e che cosa si scompone quando la terra rilascia. Il respiro della terra. La terra, infatti, anche quando va alla deriva si riserva di tornare in sé. Qui finisce la possibilità della descrizione, perché al logos e al suo cosmo succede il caos, lo sbadiglio della terra, che divora tutte le cosmologie e tutti gli ordini che gli uomini tentano di dare alle cose dispiegate su di essa.” (U. Galimberti, 2007) ... continua
Al logos, il pensiero e la parola creatrice, e al suo cosmo, l'ordine del creato seguito a quella parola creatrice, con la deriva della terra è subentrato il caos, il disordine universale, l'opprimente disarmonia del tutto che ormai ci circonda, specchio di quel 'fuori' da noi di cui siamo parte. Un fuori destinato a rimanere misterioso, sul quale nulla possiamo e potremo mai, ma un fuori di cui siamo una parte, transitoria e inconcludente ma viva.
Un aggregato vivo, quello umano, un episodio sì breve, ma di incommensurabile grandezza in un universo dove regna invece sovrano l'impenetrabile e gelido equilibrio di una misteriosa materia senz'anima, nata nessuno sa quando e trascinata in una sorda, inarrestabile corsa verso nessuno sa dove.
Tutto ciò che giunge a noi da quel fuori per sua natura inattingibile e che dà piacere o sofferenza è per me paesaggio; tutto ciò di cui prendiamo conoscenza attraverso i sensi, tutti, che ci si manifesta e rimane nella nostra mente a rassicurarci o turbarci, a consolarci o intimidirci va a comporre quell'unico, misterioso paesaggio che noi stessi costruiamo, abitiamo e di cui disinvoltamente disponiamo, destinati però a mai poterlo davvero conoscere.
In pittura è a quel paesaggio inconoscibile che guardo. E' quell'ineffabile, oscuro paesaggio fuori da me, quella terra che 'aduna e rilascia' ignara e incurante di tutto e di tutti, che cerco di interrogare, di avvicinare attraverso la composizione di immagini che vorrebbero anche soltanto sfiorarne la suprema provvisorietà e il mistero. E fissare anche solo un po' della pura bellezza che immagino gli appartenga.
E' un processo indicibile, un percorso e una ricerca che non lasciano mai del tutto il pensiero. E quando poi l'attenzione si rivolge ad altro e conquista la mente quelle immagini restano vive e pronte ad affiorare non appena glielo si concede, portatrici di consolazione e di nuove inquietudini.
Noi tutti costruiamo il nostro mondo, senza sosta, attingendo a quel 'fuori' irraggiungibile. E il lavoro della pittura è per me il tentativo di affacciarsi su di esso, di uscire dalle quotidiane certezze consolatorie sulle quali poggiamo l'esistenza e cercare di vedere qualcosa oltre il recinto dei sensi e del puro intelletto. Fare pittura è cercare di rappresentarlo, quel mondo, comporre a nostra volta qualcosa che ci appaia più vicino ad esso di quanto non possa esserlo la realtà che viviamo ogni giorno, dargli sostanza, forme e colori che parlino alla mente, fissarlo in immagini nuove e irripetibili, in quei paesaggi inattingibili che sono già dentro di noi. Fare pittura è, per me, muoversi in quei paesaggi, tracciarne gli orizzonti e provare a raggiungerli lasciando che ogni via di fuga si chiuda alle spalle, rispondere alla sollecitazione irresistibile che nasce da ogni mutazione portata loro dalla mano che ne traccia obbediente il dispiegarsi, in una sequela di gesti necessari, di inevitabili ritorni all'origine, di dolorose cancellazioni fino alla forma attesa, a quel prodigioso coagulo di colore, segno e materia che porta finalmente su di sé, riconoscibile, l'impronta dell'anima.
Costruire un'immagine, giungere a fissare nel modo 'giusto' quella particella di noi stessi è da sempre fonte di gioia e sofferenza grandissime e quando questo accade attingiamo il punto più vicino alla nostra essenza che ci sia dato raggiungere. Anche se ne è solo un tenue riflesso è proprio quel 'dolore della creazione' di cui parla Galimberti a toccarci, è la sofferenza del distacco da ciò che è scaturito da noi e che non potrà più appartenerci completamente.
Dolore e sofferenza inevitabili quindi, ma anche gioia per il farsi forma e materia di un pensiero indicibile, per il raggiungimento di quell'espressione misteriosa ma compiuta che non può dirsi, spiegarsi, ma che appare dove prima era il niente e si aggiunge alle cose del mondo.
Gioia profonda per la cattura e la condivisione con l'altro di un frammento vivo e prezioso di noi, destinato talora a dare gioia a sua volta.